Servono misure e politiche per le start-up e PMI non innovative

Il sostegno alle start-up più avanzate tecnologicamente è ben strutturato e rappresenta un punto di forza del nostro Paese e un progresso rispetto al passato, ma non è in grado di rappresentare in maniera completa un fabbisogno più ampio del sistema produttivo e della società civile. È quanto hanno osservato CNA e le altre organizzazioni dell’artigianato nel corso dell’audizione in commissione finanze della Camera sulla proposta di legge per lo sviluppo delle start-up.

Il vero obiettivo delle politiche pubbliche dovrebbe essere quello di far tornare al centro del dibattito del nostro Paese la cultura d’impresa in abbinamento a un modo completamente nuovo di intraprendere, in grado di supportare gli aspiranti imprenditori ad avviare start-up orientate all’innovazione secondo le logiche tecnologiche e organizzative della nostra epoca.

Il Legislatore, pertanto, dovrebbe porre al centro del dibattito di politica economica l’esigenza di coinvolgere i soggetti interessati ad avviare nuove imprese secondo alcune leve prioritarie:

– utilizzare strumenti digitali;

– ricorrere ai principi di maggiore flessibilità per cui si possa avviare un’impresa anche con adempimenti pari a zero per i primi anni di vita;

– favorire forme organizzative reticolari tra giovani startupper in modo da contenere i costi di avvio anche grazie all’utilizzo di luoghi fisici di “produzione” pubblica o condivisa;

garantire lo sviluppo di attività di open innovation e di innovazione sociale;

– favorire approcci lavorativi smart e ubiquitari anche con il superamento di luoghi fissi di produzione, specialmente per i servizi.

Lo Stato, in particolare, dovrebbe diffondere ancora di più, e rendere più fluidi e appetibili, i due principali incentivi pubblici gestiti da Invitalia (“SELFIEmployment” e “On-Nuove Imprese a tasso zero”) con una dotazione finanziaria che dovrebbe essere resa molto più consistente (nell’ultimo lustro la dotazione di “SELFIEmployment” è stata pari a circa 60 milioni di euro e quella di “On-Nuove Imprese a tasso zero” pari a 190 milioni di euro). Sarebbe necessario uno stanziamento annuo complessivo almeno decuplicato garantendo un effetto volano per l’intero Paese. Dovrebbero, inoltre, essere resi disponibili misure e incentivi fiscali specifici per tutti i soggetti privati (banche, fondazioni, privati) che con risorse proprie entrano nel capitale di nuove imprese, e in particolare di reti di imprese, forme cooperative, successioni d’impresa, società collaborative.

Le proposte contenute nella proposta di legge, inoltre, in termini di detrazioni dall’imposta sul reddito delle persone fisiche, andrebbero estese anche alle imprese avviate ai sensi dei programmi governativi “Nuove Imprese a Tasso Zero”, “SELFIEmployment” e “Fondo Impresa Femminile”. In tal modo, si favorirebbe la trasmissione generazionale e la successione d’impresa che oggi registra un calo di interesse da parte delle più giovani generazioni, tornando a sostenere uno strumento fondamentale per preservare e diffondere il know how e le competenze proprie degli artigiani e dei piccoli imprenditori.

Al pari di quanto avviene per le start-up e le PMI innovative, che possono usufruire di misure di agevolazione dedicate, che nel tempo hanno dimostrato una buona performance, è indispensabile definire un sistema articolato e robusto di interventi a sostegno delle start-up e delle PMI non classificate come innovative, che costituiscono la struttura portante del sistema produttivo del Paese. Le politiche pubbliche dovrebbero infatti essere tese a promuoverne lo sviluppo e a favorirne gli investimenti, affinché possano affrontare al meglio le prossime sfide, in particolare la transizione digitale e quella ecologica.

Questo articolo Servono misure e politiche per le start-up e PMI non innovative è stato pubblicato su CNA.

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